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martedì 27 maggio 2014

Vintage Beer; La Rossa Moretti 1998

A parte la tristezza di servirla in molti bar come  <<Dame na birra rossa doppio malto>>, credo che La Rossa della Moretti sia davvero un’ ottima birra che ben rispecchia e rende onore allo stile Doppelbock. Uno stile a bassa fermentazione, caratterizzato da un elevato grado alcolico, una dolcezza a malto con note speziate, e un finale amaro del luppolo che contrasta la dolcezza dei malti e bilancia il grado alcolico… un tripudio di gusto e sapori che giustamente di recente è stato premiato in vari concorsi internazionali (p.s. non ho preso una sola lira per l’elogio della birra). Ma torniamo a noi… tutti la possiamo comperare nei supermercati/mercati/bar … ma la sua versione “invecchiata” come sarà?¿ 



La Rossa Moretti data di scadenza 1998, per cui minimo ha 16 anni … Apriamola…



Non mi aspetto nulla di che, siamo chiari da subito, la funzione del luppolo per bilanciare il dolce non sarà presente, carbonatazione assente o quasi… ma mi interessa vedere come reagisce una birra che potenzialmente potrebbe invecchiare (ottimi malti, buon grado alcolico, buon corpo) se non gli mancasse quell’ ultimo passaggio che rende cosi sublimi le birre “Vintage Ale” che finora ho provato… ovvero la rifermentazione in bottiglia. Essendo una birra di produzione di massa e distribuita in tutto il mondo (è di proprietà del gruppo Heineken) ed essendo una birra della famiglia delle Lager è presumibilmente filtrata e pastorizzata cosi che i lieviti residui non possano continuare nel loro lento lavoro durante l’invecchiamento della bottiglia, sebbene abbia una forte presenza di depositi sul fondo. 



Colore tonaca di monaco (così mi han detto che si dice) con riflessi a rame, corona di schiuma densa e pannosa che svanisce però quasi subito. Aroma a tostato, caramello, miele, frutti rossi, spezie. Al gusto spicca subito sia l’assenza di carbonatazione, che la perdita del grado alcolico, gusto zuccherino con sentori a prugna a malto torrefatto ma non pieno… si sente che manca il grado alcolico a supportare il gusto, inoltre l’assenza del bilanciamento del luppolo lascia una sensazione acquosa sul fondo del palato. 

L’ ho bevuta tutta per carità e non mi è dispiaciuta (ne sono morto)… ma nemmeno piaciuta… per cui meglio berla subito, soprattutto nei periodi primaverili/autunnali … ma spero di trovarne una “scaduta” da 2-3 anni dove secondo il mio modesto parere potrebbe dare il meglio di se (parlando di invecchiamento) ¡!

…In Beer We Trust… 

lunedì 8 aprile 2013

La leggenda di Athör e la nascita dello stile Doppelbock



Una delle storie che mi piace raccontare ai miei amici, quando si beve birra tedesca, o c è gente interessata a capire qualcosa di più sulla birra, e sugli stili della birra, è la leggenda di Athör e della nascita dello stile di birra Doppelbock (anche se mi vergogno a dirlo è quasi l’equivalente della c.d. birra doppiomalto)  



Athör era un giovane monaco dell’ordine dei Minimi, (chiamati in tedesco Paulaner, dal nome della citta Italiana del fondatore dell’ordine; San Francesco da Paola, città in provincia di Cosenza )...


  
...che come tutti i monaci doveva rispettare l’obbligo del digiuno nel periodo della quaresima. Essendo egli un po’ ribelle, inizio a sperimentare una bevanda che rendesse almeno in parte meno sofferto quel periodo, sempre e comunque rispettandolo. Inizio cosi a giocare con gli ingredienti e con le conoscenze e dopo vari tentativi vide la nascita di una birra che era un vero “pane liquido”.  Questa nuova birra infatti svolgeva una funzione sia di alimento visto la corposità che aveva, e grazie all’ elevato grado di alcool faceva superare serenamente il freddo periodo della quaresima e apportava allegria.  Non volendo compartire la ricetta con nessuno Athör si trovo ben presto al centro dell’ invidia dei monasteri vicini, che cosi si videro costretti ad andare dal Papa a riferire della situazione. Il Santo Padre non prese bene la notizia e mando un ultimatum ai monaci Paulaner, pena la scomunica per non aver rispettato i sacri dettami che imponevano il digiuno. Di fronte la minaccia della scomunica tutti furono d’accordo nel proibire a Athör di continuare con la produzione della sua birra, nonostante avesse aiutato notevolmente i monaci a passare la quaresima. Fu cosi che il giovane monaco decise come ultima spiaggia quella di intraprendere un viaggio per portare a conoscere la sua bevanda al Papa perché egli stesso provasse le virtù e la bontà della sua creazione e poter ottenere quindi il perdono e il ripristino della produzione. Tutti i monaci del monastero si dissero d’accordo con la proposta e incaricarono a Athor di preparare il barile più buono che avesse mai preparato della bevanda, e successivamente  di trasportarla fino a Roma affinché spiegasse al Papa le ragioni per cui avevano osato tanto. Una volta pronta parti da Monaco alla volta di Roma; il viaggio non fu facile e dopo tormente di neve, sole intenso, gelate  notturne arrivo a Roma dove lo aspettava in udienza il Papa. In udienza Athör spiego le proprietà che aveva la sua birra, soprattutto il fatto che fosse un sostituto alimentare che cosi rendeva più sopportabile il digiuno e non metteva cosi in pericolo di vita i monaci costretti ai 40 giorni senza cibo. Fu talmente convincente nella sua orazione che il Papa accetto provarla per emettere il suo giudizio finale, anche se lo ammoni, che se la birra fosse stata cosi buona come egli l’aveva descritta avrebbe dovuto scomunicarlo in quanto l’epoca della quaresima era fatta  per il digiuno la preghiera e il raccoglimento e non per qualcosa di cosi buono come si diceva. Athör si senti cosi devastato che chiuse gli occhi al momento della prova da parte del Santo Pontefice, aspettandosi il peggio… ma cosi non fu, il papa infatti sputo immediatamente la bevanda dichiarandola “orribile”, “imbevibile” e “acida” e aggiungendo che i monaci Paulaner “sono buoni monaci perché in quaresima soffrono più di tutti (in riferimento alla birra che bevevano)” e che “permetteva la continuazione della produzione della birra”. Athör che non credeva alle sue orecchie nel viaggio di ritorno provo la birra, la sua creazione e cosi si rese conto dopo un’attenta analisi che il largo viaggio fino a Roma aveva completamente rovinato la sua birra.  Arrivato di ritorno al monastero, Athör racconto l’accaduto e si rimise alla produzione della birra, ovviamente non nella versione approvata dal Papa ma bensì seguendo la ricetta originale. Da allora i monaci la chiamarono Salvator, ovvero Salvezza. Gli altri monasteri col tempo clonarono la Salvator e la replicarono, pero sempre rispettarono il suo creatore e la sua storia e ciò si evince dal suffisso –ator che caratterizza i nomi; Spaten Optim-ator, Ayinger Celebration, Ballast Point Navigator, Tucher Bajuvetor e cosi via. 






Da ricordare che la disputa sugli alimenti in tempo di digiuno venne definitivamente risolta nel 1664 da Papa Alessandro VII con la famosa frase "Liquidum non frangit jejunum" i liquidi non infrangono il digiuno. 

…In Beer We Trust…